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Fornace di Fosdondo

  |  Non categorizzato   |  È SPARITA LA SCRITTA UNIECO MA NON IL NOSTRO ORGOGLIO

In venti hanno riacceso la Fornace di Fosdondo che chiude con 4 milioni di ricavi Il presidente Sassi: «Il mercato italiano stenta a ripartire ma l’estero ci aiuta»

 

CORREGGIO. All’entrata della Fornace di Fosdondo, sul grande muro sul quale a sinistra campeggia il logo dell’azienda, si vede subito un grande vuoto sulla destra. È sparita infatti l’altrettanto grande scritta dell’ormai ex capogruppo Unieco. Uno sbilanciamento che si nota a occhio nudo, creato dalle pennellate di vernice bianca con le quali sono stati cancellati decenni di sodalizio. «È un colpo al cuore, poco da fare, ma ormai è la realtà» dicono gli operai che hanno riacceso la Fornace di Correggio grazie all’impiego dei soldi della mobilità e l’aiuto economico e organizzativo – anche in questo frangente – della cooperazione (Legacoop, Cfi e Coopfond).

Vicino a loro c’è il maxi forno lungo decine di metri, dal quale vengono sfornati vari modelli di mattoni con i quali è stata eretta mezza Reggio Emilia e una parte rilevante delle facciate a vista d’Italia. Si dice che ai tempi d’oro un terzo dei mattoni italiani venissero prodotti qui. «Durante la nostra massima espansione siamo arrivati a essere 67 dipendenti con un giro d’affari di 14 milioni di euro circa». A parlare è Ettore Sassi, tecnico della Fornace oggi presidente della nuova coop, che passa tra i reparti e si ferma a dre un occhio a un vecchio striscione con la scritta Unieco che non ha fatto la fine della scritta all’entrata.

«Oggi con la crisi ci siamo via via ridotti, trascinati anche dalla crisi della casa madre Unieco – racconta – Nel 2016 abbiamo deciso di provare a portare avanti questa attività. Abbiamo fondato la cooperativa e rilevato il ramo di Unieco rimettendoci in gioco». Anche qui la ripartenza rivela numeri ridotti: appena 20 lavoratori «ma con fatturato tra i 3 e i 4 milioni di euro – dichiara Sassi con una punta d’orgoglio ma senza celare le difficoltà di ripartire con una fabbrica il cui destino è legato alle sorti dell’edilizia – Sono numeri sostenibili per portare avanti questa tradizione. Chi è ancora qui ha un forte attaccamento all’azienda. Posso dire che ci siamo sempre sentiti imprenditori della Fornace ma, mentre prima si viveva con una casa madre che faceva un po’ da paracadute rispetto alle scelte aziendali, oggi è tutto nelle nostre mani. La vita è meno tranquilla ma ne è valsa la pena. È un po’ come essere tornati a 35 anni fa, a una dimensione più piccola delle cooperativa, come quelle di una volta. Poi ognuno di noi ha ampliato il suo ruolo. Partecipiamo alle riunioni gestionali dell’azienda mentre prima era tutto più distante. E non poteva essere altrimenti, visto che la cooperativa era un organismo formato da 800 persone. Le decisioni erano più distanti. Ora c’è tanto orgolgio».

A un anno e mezzo dalla ripartenza con le loro forze, la Fornace occupa ancora il grande stabilimento in cui si aggirano gli operai, che camminano sulla polvere che ricopre tutto: è l’argilla rosa della cava che serve per impastare i mattoni. «Il mercato non ci aiuta perché c’è stagnazione in Italia per il nostro prodotto – dice Sassi – La prematura liquidazione di Unieco è arrivata nei primi mesi del 2017 e ci ha messo in difficoltà perché molti

ci associavano ancora a loro. Un po’ i concorrenti e un po’ i clienti intimoriti hanno fermato gli ordinativi. Poi però abbiamo recuperato la nostra indipendenza. Quest’anno speriamo di essere prossimo alla svolta, con un bilancio in pareggio».

Enrico Lorenzo Tidona

 

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